La decisione del governo bulgaro di interrompere le forniture dirette di armi all’Ucraina riapre il dibattito sul ruolo di Sofia nella risposta europea all’invasione russa e mette in evidenza le tensioni interne tra orientamento euro-atlantico e consenso nei confronti del Cremlino.

Il ministro della Difesa bulgaro Dimitar Stoyanov ha annunciato nei giorni scorsi che il Paese non invierà più armamenti provenienti dalle riserve statali a Kyiv. Secondo il ministro, gli arsenali militari bulgari sarebbero ormai “al di sotto del livello minimo necessario” e il Paese “non avrebbe più armi da fornire”.

Una motivazione che, tuttavia, ha sollevato diversi interrogativi. Lo stesso Stoyanov ha infatti ammesso che l’Ucraina non aveva richiesto nuove forniture militari statali da quando il ministro aveva assunto l’incarico all’inizio di maggio. La decisione appare quindi più politica che strettamente legata alle esigenze operative dell’esercito bulgaro.

Il provvedimento riguarda esclusivamente gli armamenti provenienti dalle riserve dello Stato e non impedisce alle aziende private bulgare del settore della difesa di continuare a esportare equipaggiamenti verso l’Ucraina.

La distinzione è rilevante. Fin dall’inizio della guerra, la Bulgaria ha rappresentato uno dei principali fornitori europei di materiale militare di origine sovietica, particolarmente utile alle forze ucraine nelle prime fasi del conflitto.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali iniziali secondo cui “nemmeno un proiettile prodotto in Bulgaria” sarebbe stato inviato a Kyiv, l’industria bellica nazionale aveva aumentato considerevolmente le esportazioni verso Paesi intermediari come Polonia e Repubblica Ceca, che successivamente trasferivano gli armamenti all’Ucraina.

Questo meccanismo aveva permesso ai governi precedenti di mantenere un equilibrio politico interno, garantendo il sostegno dei partiti favorevoli alla Russia senza interrompere completamente l’assistenza militare a Kyiv.

La scelta del governo guidato dall’ex presidente Rumen Radev appare ancora più controversa considerando i benefici economici derivanti dalle forniture militari.

Secondo il ministero della Difesa bulgaro, il Paese ha ricevuto oltre 3 milioni di euro dallo European Peace Facility nel 2025 e nel 2026 come compensazione per gli aiuti militari forniti. Inoltre, accordi trilaterali con partner europei hanno generato più di 200 milioni di euro per il bilancio della Difesa.

L’ex ministro della Difesa Todor Tagarev ha sottolineato come questi fondi avrebbero consentito alla Bulgaria di finanziare programmi di modernizzazione militare, sostituendo vecchi equipaggiamenti di produzione sovietica con sistemi compatibili con gli standard NATO.

“Attraverso questo meccanismo, l’esercito bulgaro e il ministero della Difesa hanno ricevuto fondi aggiuntivi che potevano essere reinvestiti nella modernizzazione”, ha dichiarato Tagarev.

Anche l’industria privata ha beneficiato del nuovo contesto. Secondo l’ex ministro dell’Economia Peter Dilov, il comparto della difesa avrebbe rappresentato oltre il 4% del PIL bulgaro nel 2024.

La decisione riflette soprattutto la posizione politica del nuovo governo di Rumen Radev, eletto ad aprile con una maggioranza assoluta, un risultato senza precedenti per un primo ministro bulgaro dal 1997.

Durante la campagna elettorale, Radev aveva promesso un approccio “pragmatico” alla politica estera, concentrato sulle priorità economiche interne e sulla riduzione del costo della vita. Pur dichiarando che Sofia non avrebbe ostacolato le decisioni europee a sostegno dell’Ucraina, il premier ha più volte criticato la strategia occidentale nei confronti della Russia, sostenendo la necessità di maggiori iniziative diplomatiche.

“Abbiamo già dato abbastanza, mentre il nostro Paese continua a subire danni socioeconomici da questa guerra sanguinosa”, ha dichiarato Radev difendendo il blocco delle forniture.

Una posizione che sembra intercettare una parte consistente dell’opinione pubblica bulgara. Secondo un recente sondaggio Eurobarometro, il 66% dei cittadini bulgari è contrario al finanziamento europeo degli acquisti di armi per l’Ucraina, rispetto al 39% della media dell’Unione europea.

La scelta di Sofia rischia però di creare nuove tensioni con i partner europei. L’ex ministra degli Esteri Nadezhda Neynski ha avvertito che un cambio di rotta rispetto alla politica seguita negli ultimi anni potrebbe danneggiare la credibilità internazionale del Paese.

“Il messaggio inviato ai nostri partner è: non potete contare su di noi”, ha dichiarato Neynski, sottolineando che la futura ricostruzione dell’Ucraina sarà accessibile soprattutto ai Paesi considerati affidabili.

Il governo bulgaro sostiene che la priorità sia proteggere le proprie capacità militari e gli interessi nazionali. I critici, invece, vedono nella decisione un segnale rivolto soprattutto all’elettorato filorusso interno e un possibile arretramento rispetto al percorso di integrazione euro-atlantica intrapreso negli ultimi anni.

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